Senza l’uso del motore e con il timone in quelle condizioni mi preoccupai, prima di tutto, di bloccare il timone il più possibile vicino allo scafo affinché il movimento ondulatorio non agisse sull’unico agugliotto ancora resistente.
Passando una cima all’esterno del timone, in modo da avvolgerlo, riuscii con l’aiuto dei winch a riportarlo nella posizione originale e col tangone posto verticalmente legato alla pala, e fissato in alto ai due paterassi di poppa, raggiunsi almeno lo scopo di non perderlo. Subito dopo inserii e fissai la barra di emergenza con la quale riuscii ad ottenere un minimo di governabilità sia pur di pochi gradi. Purtroppo il perno del timone idraulico non agiva più in asse, però contribuiva a sostenere la pala in maniera perpendicolare allo scafo.
Manovrando sulle vele riuscivamo a mantenere la rotta, così mi accinsi a risolvere il problema dell’aumento della temperatura. Smontai la girante che, però, trovai in perfetto stato. Purtroppo non c’era più acqua nel serbatoio del circuito chiuso di raffreddamento, e provvedetti al riempimento; ora dovevo scoprire come l’acqua fosse uscita.
Da un meticoloso controllo dei tubi e delle fascette poste nei punti di congiunzione degli stessi, trovai che tutto era in perfetto ordine; crebbe ancora di più la mia preoccupazione in quanto l’acqua da qualche parte doveva uscire.
Con ansia rimisi in moto il motore, ma dopo un quarto d’ora la temperatura era tornata a salire oltre i 90° per cui fui costretto a spegnere nuovamente e a scoprire che il serbatoio del circuito di raffreddamento era nuovamente asciutto.
Ora sapevo di avere, in caso di necessità, un’autonomia di circa 15 minuti di motore. Con molta preoccupazione tornai nel pozzetto a dare il cambio a Daniela che da molte ore manovrava le scotte per tenere in rotta la barca.