MareInItaly.it         2004-02-16
Scilla e Cariddi
Nel mare che bagna le coste della Calabria e della Sicilia il mito di Scilla e Cariddi,uno dei più belli e più suggestivi di tutta la storia greca, vive ancora intatto, perché lo stretto di Messina è sempre stato un luogo ricco di suggestione e di fascino e fin dai tempi antichi ha contribuito a creare i tanti miti ad esso connessi, popolandosi sempre più di nuove creature favolose, all’origine dei favolosi eventi che Policleto e Aristotele ci hanno tramandato.
Lo Stretto, infatti, ebbe in tempi remoti la fama di luogo impervio e periglioso per la navigazione. Le correnti, in questo tratto di mare, sono rapide ed irregolari, i venti vi spirano violenti e le correnti, a volte, possono raggiungere una velocità di 9 Km all’ora e scontrandosi dare luogo ad enormi vortici che sicuramente in passato riuscivano a terrorizzare i naviganti.
Studi e scavi recenti sembrano confermare la reale presenza sotto la terra scillese di una gigantesca grotta naturale, soggetta a pressioni fortissime e causa del forte risucchio per il quale le sprovvedute navi degli antichi navigatori si sfracellavano contro la scogliera. Risposte scientifiche esistono anche in merito al misterioso suono che echeggia in questo tratto di costa e che gli antichi attribuivano al canto ammaliante delle sirene. In base alle nuove scoperte, infatti, l’enorme grotta naturale sembra collegarsi, tramite una serie di cunicoli naturali, ad altre grotte minori, le cui bocche per la forte pressione delle acque generano correnti d’aria che producono il mitico canto. L’ingenuo mondo antico, leggeva in questi fenomeni volontà divine, pronte a colpire i navigatori imprudenti che osavano sfidare le forze occulte.
Tra le leggende più belle appartenenti al patrimonio culturale dell'antica Messina, la più nota è, appunto, quella di Scilla e Cariddi : personificazioni dei vortici del mito greco, che rendevano tremendo il passaggio alle imbarcazioni. Queste due divinità, pur essendo state localizzate tra le due rive dello stretto di Messina, dove le coste sono più vicine, rappresentavano, in senso lato, i pericoli del mare in questo particolare punto dove il passaggio è ristretto dalla presenza delle terre.
Cariddi (colei che risucchia) dal lato siculo si forma davanti alla spiaggia del Faro e l'altro Scilla (colei che dilania) si forma sulla costa calabrese da Alta Fiumara a Punto Pizzo. Questi gorghi derivano dall'urto delle acque contro Punta Peloro con il flusso detto bastardo e contro Capo Faro e Punta Sottile con il reflusso detto garofano e per i greci rappresentavano le forze distruttrici del mare. In altri luoghi il mare spesso è molto agitato, come nei pressi di San Raineri.
Il mostro Cariddi è la mitica personificazione di un vortice formato dalle acque dello stretto di Messina, di lui si sa ben poco ed anzi vi sono anche alcune incongruenze intorno alla sua storia. Cariddi era una ninfa, figlia di Poseidone (il mare) e di Gea (la terra), che Giove scagliò sulla terra insieme ad un fulmine e la trasformò in gorgo. Cariddi, significa appunto vortice, Omero che fu il primo a parlarne, la descrive come una figura dalla gran voracità che era solita bere, tre volte al giorno, grandi quantità d’acqua che poi risputava in mare trattenendo, però, tutti gli esseri viventi che vi trovava.
Si narra che Cariddi rubò e divorò i buoi di Eracle che era passato dallo Stretto con l’armento di Gerione, e che Zeus, per punirla, la trasformò in un orribile mostro. Alcuni autori narrano invece, che la ninfa fu uccisa da Eracle stesso, ma poi resuscitata da suo padre Forco. Virgilio descrive Cariddi nel suo poema intitolato Eneide.
Odissea, XII
L'altro scoglio, più basso tu lo vedrai, Odisseo,
vicini uno all'altro,
dall'uno potresti colpir l'altro di freccia.
Su questo c'è un fico grande, ricco di foglie;
e sotto Cariddi gloriosamente l'acqua livida assorbe.
Tre volte al giorno la vomita e tre la riassorbe
paurosamente. Ah, che tu non sia là quando riassorbe.
Sull’altra sponda, presso l’attuale città di Reggio Calabria, un tempo viveva un’altra bellissima ninfa di nome Scilla, figlia di Tifone ed Echidina (o secondo altri di Forco e di Craetis), amata dallo stesso Giove. Il suo nome oggi è legato ad uno dei più caratteristici centri abitati della costa Viola, importante centro per la pesca del pesce spada e nota stazione balneare della Calabria, ad una ventina di chilometri da Reggio e dunque tappa obbligata per chi si trova a visitare il capoluogo calabrese.
Uno sperone di roccia a picco sul mare divide due marine, Marina Grande da un lato e dall’altro Chianalea, il borgo dei pescatori con il mare che lambisce le vecchie case addossate le une alle altre. Nota anche come «Mostruum Scyllaeum», Scilla, a seconda dell'etimologia, può significare pericolo o cane. Scilla era solita recarsi sugli scogli di Zancle per passeggiare sulla spiaggia e fare il bagno nelle acque limpide del mar Tirreno.
Una sera, in quei luoghi incontrò un dio marino che un tempo era stato un pescatore di nome Glauco un essere metà uomo e metà pesce, dal corpo azzurro con il volto incorniciato da una folta barba verde mentre i capelli, lunghi sino alle spalle, erano pieni di frammenti di alghe. Secondo la leggenda Glauco s’innamorò pazzamente della ninfa tanto da respingere per lei Circe.
La maga, offesa e indispettita, decise di vendicarsi con le sue magie e versò una pozione a basse di erbe misteriose nelle acque della sorgente dove la ninfa si recava per fare il bagno. Immediatamente il suo corpo si trasformò in una creatura mostruosa con sei teste di cani rabbiosi e latranti (simbolo delle onde che s’infrangono nelle grotte) con tre file di denti appuntiti e dodici zampe, con dei lunghi colli di serpente per afferrare le prede e divorarle.
Così Scilla andò a nascondersi presso lo stretto di Messina in un antro là dove la costa calabra si protende verso la Sicilia, da dove seminava terrore tra i naviganti che imprudentemente le passavano vicino.
Odissea, XII
Scilla ivi alberga, che moleste grida
Di mandar non ristà. La costei voce
Altro non par che un guaiolar perenne
Di lattante cagnuol: ma Scilla è atroce
Mostro, e sino a un dio, che a lei si fesse,
Non mirerebbe in lei senza ribrezzo,
Dodici ha piedi, anteriori tutti,
Sei lunghissimi colli e su ciascuno
Spaventosa una testa, e nelle bocche
Di spessi denti un triplicato giro,
E la morte più amara di ogni dente.
La tradizione popolare vuole invece che in tempi antichissimi, le acque dello stretto di Messina, fossero abitate dalle Sirene che con il loro canto melodioso ammaliavano i naviganti, che rapiti da questo suono conturbante dimenticavano le loro navi che, senza guida, si infrangevano sugli scogli e si perdevano tra i flutti.
Per la loro pericolosità, nell’antichità, tutti i naviganti stavano lontani da questi luoghi, tutti tranne il mitico Ulisse che spinto dalla sua proverbiale curiosità, mise dei tappi di cera nelle orecchie dei suoi compagni e si fece legare all'albero della sua nave per ascoltare il canto delle sirene, riuscì nel suo intento ma, dopo il naufragio, provocato dal sacrilegio contro i buoi del Sole, fu aspirato dalla corrente di Cariddi. Aggrappatosi ad un albero di fico, che cresceva rigoglioso all'entrata della grotta in cui si nascondeva il mostro, Ulisse si mise in salvo e riprese la navigazione.
A quei tempi viveva nei pressi di Messina un giovane chiamato Gigante che alla forza prodigiosa univa un coraggio smisurato e una forte conoscenza delle acque dello Stretto, si sentiva capace di catturare le Sirene, visti i danni che esse continuavano a causare a chi navigava. Legò una lunga corda ad una campana, sulla rupe sovrastante la dimora abituale di Scilla, per dare un segno di vita durante la sua permanenza sott’acqua. Prese con sé il capo della lunga fune e sparì tra le onde. Andò a cercare Scilla e trovatala la legò con una grossa fune. Fu vana la resistenza disperata di Scilla, egli la trascinò con sé alla ricerca di Cariddi fino a che non la trovò e la incatenò per il collo, poi le trascinò entrambe a riva. I messinesi, in segno di gratitudine, innalzarono a Gigante una statua con ai lati due sirene.
Oggi la realizzazione del ponte sullo stretto, lungo oltre 33 metri, sembra rievocare le antiche gesta omeriche. La realizzazione di questo progetto sarebbe la vittoria della razionalità, dell’industriosità e dell’intelligenza dell’uomo sulla violenza della natura, ma la sua riuscita è costantemente intralciata da difficoltà che affermano quello che è il dominio assoluto del mare con le sue correnti rapide e irregolari e il colore cupo delle acque profonde fino a 150 metri.
La leggenda vuole che l’unica creatura incapace di provare orrore per la mostruosità di Scilla fosse lo “Xiphias gladius”, meglio conosciuto come pesce-spada, che durante la stagione degli amori raggiungeva in grossi branchi questo tratto di mare proprio per corteggiarla. Da qui l’abbondanza di pesce-spada lungo lo Stretto, che è il motivo della pesca tradizionale di questo pesce, che da tempo remoto è praticata all’antica maniera dei fenici, unico popolo che abbia svolto mestieri tutti legati al mare.
Questo tipo di pesca può essere d’alto mare quando il pesce è catturato con la fiocina, oppure marittima e costiera se è esercitata lungo le rive con barche e remi. La pesca diurna, fino a poco tempo fa, era praticata su postazioni stabilite lungo la costa, assegnate a sorteggio e utilizzate a rotazione giornaliera dagli equipaggi.
Il pesce spada vi giunge, ogni anno fra marzo e luglio dalle lontane regioni polari per deporre le sue uova, mentre scompare dalla superficie delle acque nei mesi autunnali e invernali, a causa della loro torbidezza, per rifugiarsi negli alti fondali dove le acque sono più limpide per la diminuzione dei moti ondosi. Durante i mesi estivi, i pescatori scillesi e peloritani praticano questo tipo di pesca con tipiche imbarcazioni a remi, la feluca o il lustro, con l’avvistatore issato sulla cima dell’albero, che scruta la superficie del mare per scoprire la presenza del pesce, di cui alla metà del Cinquecento ci ha lasciato affascinanti immagini il pittore fiammingo Peter Bruegel e ha ispirato il poema Xiphias del latinista reggino Diego Vitrioli, col quale nel 1845 vinse il primo premio del concorso mondiale di poesia latina di Amsterdam.
Numerosi poeti, scrittori e pittori hanno cantato e rappresentato questa terra, lasciando una traccia indelebile nella nostra memoria. Talvolta, durante la pesca, l’attesa è lunga e può durare parecchie ore; quando il pesce è avvistato, l’uomo di vedetta lancia uno strano grido in dialetto greco, così come tutti i termini marinari usati dai pescatori durante la loro attività. Lo strumento usato per colpire il pesce è detto ferru, ed è impugnato dal fariere, che se ne sta a prua pronto al colpo. Il resto dell’equipaggio è impegnato a dirigere l’imbarcazione nel punto segnalato. Dal dopoguerra le piccole imbarcazioni sospinte dai rematori sono state sostituite con quelle a motore, lunghe oltre 12 metri, dalla cui prora si diparte una lunga passerella su cui si muove il fiocinatore, ma lo spettacolo della pesca del pesce spada conserva tuttora il suo aspetto folkloristico.
La “corrente” che rende il pesce più “lavorato” e quindi anche più gustoso è determinata dalle fasi lunari: la luna piena causa una corrente forte che trasporta pesci “di passa” (di passaggio) mentre la seconda luna favorisce una corrente portatrice di grandi quantità di “mangianza” (pesci piccoli).
Nello Stretto si trovano numerosi tipi di pesce: alalunghe, costardelle, alici, sarde, aguglie, viole, scorfani, cicirielli, calamari, tonno, pescecane, dentice, cernie, ope, occhiate, minule, smirine. Sotto le rocce si trovano pesci pregiati come il merluzzo, il sarago, la spinola e i cefali per i quali è necessario praticare la pesca subacquea.
Pesci provenienti da altre zone sono le anguille e le murena, chiamate dai greci plotoe e dai latini flutoe. Esse rappresentavano un cibo prelibato per i romani ed hanno perfino ispirato alcuni poeti come Marziale e Archestrato. Quest’ultimo, nei suoi versi, ha lodato soprattutto l’anguilla che si pesca nel mare di Reggio: “tienila in onore tra tutte le altre”. Giovenale rivolgendosi a Virrone ritenuto un goloso di pesci, confonde qui il pesce spada con la murena:Virroni muraena datur que maxima venit gurgide de siculo (lo stretto); nam dum se continet auster, dum sedet et siccat madidas in carcere pinnas
contemnunt temeraria lina Charybdim" (Cariddi).
A cura di Jada Mazzoli
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